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La fabbrica dei sogni
RUBRICA di cinema, arte, fumetto e altre storie
a cura di Francesco Nobile

L’uomo nero 16/12/2009

Devo ammetterlo: L’uomo nero, l’ultimo film di Sergio Rubini, è stato un incidente di percorso. Al multisala, stipato tra figure che si muovevano imbacuccate per il gran freddo, mi ero messo diligentemente in fila per vedere Christmas Carol. Sbirciando oltre la coppietta che mi precedeva, il tabellone elettronico mi rinfaccia l’amara verità: sette posti rimasti, tutti in prima fila. Arriva il mio turno, la bigliettaia mi guarda con amarezza. In pratica sono talmente avanti da far parte del film, posso quasi scegliere che parte recitare. «Cosa mi consiglia in alternativa?» le chiedo. «Una pizza», mi risponde. Me ne stavo per andare, quando butto un’altra occhiata sul tabellone e vedo questo titolo da spauracchio per bambini. Posti rimasti: trecentosette. Fuori comincia a piovere, viene giù a secchiate. Compro il biglietto ed entro, con pop corn e coca al seguito. La sala è semivuota, mi siedo vicino ad una coppietta intenta in dolci effusioni e di fianco ad un tipo lobotomizzato dalle pubblicità a ciclo continuo.

Poi, comincia. Siamo subito proiettati in Puglia e si assiste ad un ritorno. Il protagonista, Gabriele Rossetti (uno spaesato Fabrizio Gifuni), torna dalla Svizzera per vegliare al capezzale del padre morente. Qui si apre un lungo flashback e lo vediamo aggirarsi tra i tortuosi vicoli della sua infanzia, alla presa con uno spiantato zio (Riccardo Scamarcio), una madre insegnante (Valeria Golino), e soprattutto un padre pittore frustrato (Sergio Rubini). Il film, al di là dei pur convincenti singoli personaggi, spicca soprattutto perché riesce ad esprimere un racconto corale. La famiglia, croce e delizia, è in primo piano. Il padre, capostazione con velleità artistiche, vive un’esistenza frustrata, provando in tutti i modi a sollevarsi al di sopra della piatta vita di provincia che conduce. L’arrivo di un Cézanne alla pinacoteca provinciale, e il successivo tentativo di ricopiarlo, forniscono la giustificazione di un meccanismo narrativo che diventerà autolesionista. Il tentativo mai compiuto di farsi un nome si aggiunge allo snobismo della critica locale e alla sciatteria di chi lo compiace senza comprenderlo. Gli fa da contraltare la moglie, sinceramente innamorata, e delusa di un vuoto che recepisce senza  riuscire a colmare. In lei si confondono la madre amorevole, la donna sanguigna e ancestrale del sud e la martire, in un mix ben sviluppato. E proprio il sud esce fuori con tutto il suo incanto, nella sostanziale simpatia dei personaggi, nel fatalismo, nella visione di un mondo immobile, nella fotografia ben curata di un Paese che non esiste più se non nelle cartoline. Chi è l’uomo nero del titolo? Il più grande degli inganni. È la percezione che ha ognuno di noi, da bambino, delle proprie paure; è la maschera dietro cui si annidano le incomprensioni. Solo guardandolo in faccia il protagonista capirà che la sua chiave di lettura era errata. E non è mai tardi per riconciliarsi con i propri sentimenti.

Le luci ritornano in sala. Dopo Colpo d’occhio Rubini torna a parlare d’arte e di critica, non più usando il thriller, ma impacchettando un film intimo, personale, ben riuscito. Alcune sequenze sono da incorniciare: su tutte quella del capotreno che lancia caramelle dalla locomotiva in corsa, ridendo di una gioia istintiva. Vedere per credere. Un unico appunto, ma che con il film ha poco a che vedere. La pellicola è stata poco pubblicizzata, le sale semivuote, e visto il risultato è realmente un peccato. La butto là: e se lo vedeste al posto del colossal di turno o del classico cine-panettone?

No, eh?