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della Città di Cava de' Tirreni (SA)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


di Livio Trapanese

La storia
Documenti inediti di fine '800
L'Abbazia benedettina della
Santissima Trinità de La Cava
Raccolta di Paul Guillaume - Traduzione di Paola Malavenda

Prima parte -Libro 1° - Capitolo Secondo
Sant’Alferio fonda l’Abbazia di Cava (1011-1050)
(I parte)
Origini di Sant’Alferio - Ambasciatore presso Ottone III in Germania - Veste l’abito di San Benedetto a Cluny - Il suo ritorno a Salerno - La sua venuta nella terra di Cava - I suoi primi discepoli - La costruzione della chiesa della Santissima Trinità - Le donazioni - Papa Vittorio III fu discepolo di Sant’Alferio - La congregazione di Cava - La sua morte - La sua tomba - La sua canonizzazione.
Sant’Alferio, successore di Liutius nella Grotta di Metelliano, fu il vero fondatore dell’Abbazia benedettina della Santissima Trinità di Cava. Molto probabilmente nacque nel 931, apparteneva all’illustre famiglia Pappacarbone di Salerno e la sua origine si confonde con quella dei Principi longobardi; a quel tempo governatori della Città marinara. Alferio si distinse tra i signori suoi parenti che frequentavano la corte dei Principi di Salerno. Egli brillava soprattutto per la moltiplicità delle sue conoscenze, in special modo per la conoscenza delle leggi. Giovanni II, detto di Lambert (983-999), e Guaimario III, che divideva il potere con suo padre, gli prestarono molta attenzione. Spesso gli fecero trattare affari delicatissimi del loro principato. Una volta lo inviarono come ambasciatore in Francia e da lì in missione alla corte dell’Imperatore di Germania, Ottone III (983-1002). Lo storico Ugo, Abate di Venosa, tuttavia non ci fa sapere quale fosse lo scopo della missione. Alferio partì per la Francia, ma era appena a metà strada che cadde seriamente malato. Si trovava nelle Alpi Cozie, nel monastero di Cluny. In pochi giorni il suo stato peggiorò talmente che spaventato per la morte imminente fece voto di farsi frate se fosse guarito. Così fu ed egli mantenne la promessa.
Sant’Odilon, il famoso Abate di Cluny (994-1048), che istituì la festa della commemorazione dei defunti, si trovava a San Michel. Alferio lo pregò di dargli l’abito del suo ordine. Odilon acconsentì e siccome lo aveva portato con se in Borgogna, lo vestì dell’abito di Benedetto nella celebre Abbazia di Cluny (995). Alferio portò nella vita cenobitica quell’ardente attività che tanto l’aveva contraddistinto nella pratica degli affari temporali. Così, in poco tempo, fece straordinari progressi nella perfezione monastica e fu molto ben voluto sia dall’Abate che da tutti i religiosi di Cluny. Certamente fu un bel titolo di merito per Alferio, soprattutto se si considera la disciplina che esisteva a Cluny: le lunghe ore trascorse a salmodiare, il silenzio quasi continuo che si osservava, la frugalità della tavola, l’obbedienza della regola di San Benedetto e le costituzioni particolari di Cluny. Gli sforzi notevolissimi del nobile salernitano furono subito ricompensati. Infatti, poco dopo la sua professione religiosa, Alferio fu innalzato alla dignità sacerdotale. Intanto erano trascorsi parecchi anni e Guaimario III, che dopo la morte di suo padre Giovanni II era rimasto il solo Principe di Salerno, sentiva fare continui elogi al suo antico ambasciatore, tanto da rivolerlo nuovamente alla sua corte. Liutius, nel quale aveva riposto tutta la sua fiducia, ritornò a Monte Cassino e Guaimario III chiese subito a Sant Odilon il rientro di Alferio, per farne il suo padre spirituale. I suoi solleciti furono tanto insistenti che l’Abate di Cluny, malgrado il dispiacere che provava nel doversi separare dal suo discepolo, acconsentì a lasciarlo partire per Salerno. Appena Alferio arrivò dal Principe Guaimario III, suo cugino, si vide, più che in passato, colmato di attenzioni e riguardi. Guaimario gli sottomise quasi tutti i monasteri di Salerno e dintorni, tra i quali pensiamo che vi fossero anche quello di San Massimo, fondato ai tempi del Principe Gisulfo I e quello di San Benedetto, perché li governasse secondo le regole apprese a Cluny. Alferio si dedicò a questo compito per qualche tempo. Per sua natura, egli era portato al ritiro, ma ne era ogni giorno di più allontanato per curare gli affari esterni. Pensò dunque di sfuggire alle seccature di Salerno e così, sapendo che nella grotta deserta di metelliano avrebbe trovato quella pace tanto desiderata ed a cui aspirava, un giorno fuggì in gran segreto ed andò a nascondersi nella parte più profonda dell’immensa grotta; era il 1011.
Se bisogna dar credito alla cronaca cavense, pubblicata per la prima volta nel 1753 dal Pratilli, occorre credere che la Santissima Trinità di Cava deve le sue origini alle devastanti incursioni dei saraceni. Durante un’incursione del 966, i mori distrussero oltre il Sele, non lontano da Paestum, il piccolo monastero di San Mauro in Centulis, che dipendeva da quello di San Benedetto di Salerno. I pochi monaci che sfuggirono al massacro si rifugiarono nei boschi e nelle montagne ed Emerico, il loro Priore, con il consenso dell’Abate di San Benedetto e del Principe di Salerno, Gisulfo I (933-977), si ritirò ai piedi di Monte Finestra, nella grotta di Metelliano, ove vi costruì una cella ed in seguito un monastero. Ugo da Venosa afferma che Alferio fu il primo pio benedettino a fare della cava di metelliana una stabile dimora di religiosi. Mentre il pio anacoreta fuggiva la gloria del mondo, in tutte le città vicine, la gente tessì i suoi elogi e numerose persone, per la maggior parte d’alto rango, lo pregarono di prenderli sotto la sua direzione spirituale.
Tra i primi discepoli di Alferio, citeremo qui solo Leone da Lucca, che alla morte del Santo Abate governò il monastero benedettino di Cava. In seguito a ciò gli abitanti della grotta Arsicia si trovarono presto troppo stretti. D’altra parte, per riguardo alla natura del luogo, era molto difficile estendere ulteriormente le celle dei religiosi. Fu quindi deciso di costruire una nuova abitazione in un luogo più adatto. Alferio scelse il vicino monte Sant’Elia, situato oltre il Selano, dalla cui cima la vista si stende su tutta la verde valle metelliana e su gran parte delle deliziose contrade che costeggiano il golfo di Salerno.
Secondo una tradizione costante e la testimonianza dello storico Rodolfo, le mura innalzate di giorno si trovavano distrutte all’alba del giorno dopo. L’uomo di Dio pensò allora che il Cielo non approvava il luogo che egli aveva scelto e siccome di fronte al monte Sant’Elia, in fondo alla grotta che aveva deciso di abbandonare vide a più riprese e di notte una luce splendente divisa in tre raggi, considerò quest’apparizione come un segno della volontà divina e decise di costruire il monastero intorno alle celle già esistenti, malgrado le evidenti difficoltà che questo progetto presentava.
Alferio cominciò col sostituire il piccolo oratorio della grotta con una chiesa più adatta. I lavori cominciarono nel 1012 a spese dello stesso Alferio e continuarono, senza interruzione, per parecchi anni. La benedizione solenne della chiesa avvenne nel 1019. Tutto il monastero, in quell’occasione, fu posto sotto la protezione della Santissima Trinità, che un tempo si era compiaciuta di indicarne il luogo e così da allora lo si indicò col nome di: monastero della Santissima Trinità della Cava. Quest’avvenimento, così importante per la storia dell’Abbazia, è il punto di partenza di infinite donazioni, come attestato da migliaia di diplomi e pergamene amorevolmente conservate nei celebri archivi del monastero ed oggi (1875) pubblicate a cura del Reverendissimo Abate Don Michele Morcaldi e dei suoi instancabili confratelli: Don Mauro Schiano e Don Silvano De Stefano.
Di seguito citiamo alcune delle più interessanti donazioni. Nel mese di marzo 1025 Guaimario III e suo figlio Guaimario IV, dal 1018 insieme sul trono di Salerno, concessero a Sant’Alferio la totale proprietà della grotta Arsicia e gran parte del territorio circostante. Ecco come iniziava il diploma: "Nel nome di nostro Signore Gesù Cristo, noi Guaimario padre e Guaimario figlio, per grazia di Dio principi della nazione dei Lombardi, per intercessione della serenissima e gloriosa principessa Gaitelgrime, nostra sposa e madre amatissima, e anche per il riscatto delle nostre anime e la salute della nostra patria, noi ti concediamo, venerabile Signore Alferio, nostro padre spirituale e nostro oratore, l’illustre grotta dove tu hai fatto costruire, a tue spese, la chiesa della Santissima e indivisibile Trinità, grotta chiamata Arsicia e che è posta fuori da questa città di Salerno, nelle dipendenze di Metelliano. Noi ti diamo, inoltre, tutto ciò che si trova sopra e sotto la grotta e la Chiesa suddetta: terre, vigne, boschi, pianure e montagne, contenute nei seguenti confini, ecc...". Con lo stesso diploma, i principi sottomettevano all’Abate Alferio ed ai suoi successori gli uomini che si trovavano sulle terre concesse e li dichiaravano, per conseguenza, liberi da ogni omaggio e obbedienza nei loro confronti.
In seguito diedero all’Abate della Santissima Trinità il privilegio di scegliersi un successore prima della sua morte e, nel caso non lo facesse, accordarono alla congregazione dei religiosi la facoltà di eleggere chi avessero voluto.
Infine dichiararono che i beni di coloro che erano morti senza eredi sarebbero stati devoluti al Monastero della Santissima Trinità.

 

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