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della Città di Cava de' Tirreni (SA)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


di Livio Trapanese

La storia
Documenti inediti di fine '800
L'Abbazia benedettina della
Santissima Trinità de La Cava
Raccolta di Paul Guillaume - Traduzione di Paola Malavenda

Prima parte -Libro 1° - Capitolo Secondo
Sant’Alferio fonda l’Abbazia di Cava (1011-1050)
(II parte)
Origini di Sant’Alferio - Ambasciatore presso Ottone III in Germania - Veste l’abito di San Benedetto a Cluny - Il suo ritorno a Salerno - La sua venuta nella terra di Cava - I suoi primi discepoli - La costruzione della chiesa della Santissima Trinità - Le donazioni - Papa Vittorio III fu discepolo di Sant’Alferio - La congregazione di Cava - La sua morte - La sua tomba - La sua canonizzazione.
Alcuni anni dopo la concessione di questo diploma così esplicito, Guaimario III, alla morte di suo padre, avvenuta nel 1027, rimase il solo possessore del principato di Salerno e concesse a Sant’Alferio un segno del suo affetto non meno interessante. Con una nuova pergamena del luglio 1035 Guaimario donò all’Abate di Cava la Chiesa di San Michele di Tusciano, situata un pò oltre Salerno, con tutti i suoi molto considerevoli beni immobili, tutti i suoi ornamenti, vasi sacri e parecchi manoscritti, tra i quali bisogna annoverare una Bibbia molto preziosa, dell’VIII o IX secolo, che ancora oggi è conservata nella biblioteca dell’Abbazia. Negli anni seguenti ci furono nuove donazioni. Nel 1044 Mastro Vitale e sua moglie Grima da Luceria (Lucera, storica città della Capitanata, sita in provincia di Foggia) si offrirono al monastero con tutti i loro beni e lo stesso fecero Giovanni Plosario e sua moglie Altrude. Nel 1049, i conti palatini Giacinto, Landone e Didier, tutti e tre figli del conte Didier, donarono ad Alferio il priorato di Santa Maria e di San Nicola di Mercatello, vicino Eboli, che avevano appena fondato. Nello stesso anno 1049 Pietro De Vito di Capaccio fece donazione della chiesa di San Matteo e dei suoi numerosi beni situati nello stesso territorio di Capaccio, presso Paestum. Nel 1050, il nobile Salperto, Maresciallo di Gisulfo II principe di Salerno e figlio di Guaimario IV, suocero di Jean Ferrand, connestabile di Ruggiero duca e principe di Calabria, d’Italia e di Sicilia, ricevendo l’abito religioso dal venerabile ed ultra centenario abate Alferio, gli offrì il feudo del villaggio di Metelliano, quello del Castello di Sant’Adiutore e quello del porticciolo d’Albola, ovvero Albori. In questo periodo arrivò e soggiornò nella Terra della Cava un personaggio famoso, ovvero colui che a Monte Cassino fu l’Abate Didier e sul soglio di San Pietro fu Papa Vittorio III, ma che al tempo si chiamava Doferio. Doferio era nato a Benevento verso il 1027 da genitori illustri. Leone da Ostia, suo biografo, non ci menziona il nome di suo padre, ma ci assicura che egli discendeva dai principi di Benevento. Secondo le congetture del dotto Camillo Pellegrino, Doferio era nipote di Landolfo V (1014-1033). Doferio, fin dalla più tenera età mostrò un ardente desiderio di percorrere la vita religiosa, con gran dispiacere dei suoi genitori, essendo figlio unico, che volevano fargli contrarre un matrimonio degno del suo lignaggio. Aveva appena vent’anni quando suo padre morì combattendo contro i normanni che riempirono il sud dell’Italia col clamore delle loro imprese.
Per Doferio fu l’occasione che cercava per realizzare il suo sogno e ricevere l’abito monastico dal pio eremita. Appena la madre lo venne a sapere lo fece prelevare con le armi, gli stracciò l’abito e lo fece rivestire con una divisa militare. Così conciato, Doferio fu tenuto a vista per un anno intero. Passato questo peiodo, sua madre, credendo di averla avuta vinta, gli concesse un po’ più dui libertà, ma il giovane ne approfittò per uscire nottetempo da Benevento e partire a cavallo per Salerno, accompagnato da Siconolfo, prevosto del celebre monastero di Santa Sofia di Benevento. Giunto a Salerno si recò dal principe Guaimario IV, suo cugino, e gli espose il proposito di ritirarsi nella grotta Arsicia, presso Alferio. Il principe salernitano, toccato dai sentimenti di Doferio e conoscendo la santità del pio solitario di Cava, pochi giorni dopo, condusse lui stesso a Cava il suo congiunto e nel promettergli di proteggerlo nelle sue nobili aspirazioni, lo raccomandò al venerabile ormai vecchio Alferio (1047). Tali preoccuazioni non furono affatto necessarie poiché Alferio capì ben presto il valore del giovane principe di Benevento e ciò che sarebbe diventato e senza altri indugi lo ammise tra i suoi novizi. Doferio, che aveva finalennte trovato ciò che cercava, guidato da un così tale maestro, fece in pochissimo tempo notevoli progressi nella perfezione religiosa. Il venerabile Abate Alferio si affezionò molto al suo discepolo e questi dal canto suo poneva uguale sentimento per il suo maestro, come dimostò più tardi Papa Vittorio III nei suoi Dialoghi. Tuttavia la madre ed i parenti di Doferio, quando seppero che questi con il consenso del Principe Guaimario IV si era ritirato a Cava, cominciarono ad inviare a Salerno prima lagnanze, poi preghiere ed infine minacce. Guaimario, fedele alla sua promessa, rimase sordo a tutto, tanto che la povera madre di Doferio, enormemente addolorata, mandò a Salerno il Principe di Benevento Landolfo IV (1038-1076) per richiedere il figlio. Solo allora Guaimario IV si lasciò piegare. I due principi vennero insieme a Cava ed esortarono il novizio Doferio a rientrare a Benevento. Questi acconsentì a condizione di poter continuare a vivere nell’Abbazia di Santa Sofia di Benevento. In effetti così avvenne ed a Benevento fu accolto dall’Abate Gregorio e poiché era l’oggetto dei desideri di tutti, ricevette il nome di Desiderato o Didier (1048). Non seguiremo il novizio di Cava nelle sue numerose peregrinazioni alle Isole di Diomede, in Adriatico, sul Monte Maiella e poi ancora a Benevento, a Salerno, a Firenze ed a Monte Cassino, né diremo alcunchè del suo governo a Monte Cassino (1059-1086) giustamente considerato dal Reverendissimo Padre Abate Tosti come l’epoca d’oro di quell’illustre Abbazia, ma avremo occasione di aggiungere qualcosa del suo breve ma glorioso pontificato (1086-1087). Ora torniamo al monastero di Cava. Come abbiamo appena letto fu quasi dal suo sorgere che l’Abbazia benedettina della SS. Trinità di Cava divenne il luogo d’appuntamento di tante persone d’ogni rango e condizione che anche se non perfette, aspiravano ad esserlo sotto la guida del pio Alferio. E’ vero che per timore che la sterilità del territorio circostante non avrebbe potuto nutrire molte persone, per cui Alferio aveva annesso presso di se soltanto pochi discepoli, in numero di dodici come dice l’Abate di Venosa, ma quando arrivarono le donazioni di cui abbiamo parlato Alferio non pose più limiti all’accoglenza dei novizi. Egli predisse anche, fin d’allora, che un’infinità di religiosi si sarebbe presto riunita nel monastero della Santissima Trinità ed è con grande stupore, diceva verso il 1140 Ugo di Venosa, che vediamo verificarsi questa profezia. Effettivamente a quel tempo da ogni parte dei Principati di Salerno, Capua e Benevento tanti giovani accorsero a Cava per vestire l’abito di San Benedetto. Alferio si adoperava instancabilmente per far progredire la disciplina tra i suoi numerosi monaci.
In questo gli era di grande aiuto il ricordo della fervida osservanza delle regole che aveva un tempo amminstrato e praticato in Borgogna, sotto Sant’Odilon. Egli faceva osservare a Cava le regole secondo la Costituzione di Cluny e ciò portò alcuni illustri autori a considerare, ab torto, che la Santissima Trinità di Cava fosse un monastero dipendente dall’illustre congregazione francese. E’ vero che l’Abbazia di Cava conservò sempre strette relazioni con Cluny, come avremo spesso occasione di notare, ma non ne dipendeva in alcun modo, ovvero non più di quanto dipendesse da Monte Cassino o da qualsiasi altra casa dell’ordine benedettino.
L’Abbazia di Cava, fin dalla sua origine, fu assolutamente indipendente e formò nell’ordine di San Benedetto una congregazione autonoma: la Congregazione della Santissima Trinità di Cava. Verso la metà dell’XI secolo il numero dei monasteri appartenenti alla congregazione di Cava era ancora piccolo, ma in men di cinquant’anni diventò una delle più fiorenti congregazioni benedettine. A Salerno, Bari, Taranto, Roma, in Sicilia ed in Palestina troveremo Abbazie, priorati, monasteri, chiese o granai che si proclamarono, con orgoglio, della Congregazione di Cava. Basti notare che l’Abate della Santissima Trinità di Cava nei secoli XII e XIII governava oltre 340 chiese, più di 90 priorati, almeno 29 abbazie. Egli era anche onorato del titolo di Grande Abate di Cava: Magnus Abbas Cavensis. Da parte sua il priore di Cava si chiamava Magnus Prior.
La chiesa della Santissima Trinità della Cava era vista come la Chiesa madre dell’ordine: Mater vel matrix ecclesia ordinis cavensis. L’Abate Alferio, che abbiamo visto nascere nel 931, andare a Cluny nel 995 e ritirarsi nella grotta arsicia nel 1011, era allora molto, molto vecchio. Alla sua morte, avvenuta nel 1050, egli aveva 120 anni! Era d’aprile e si solennizzava la settimana santa. Nella mattinata di giovedì Santo il venerabile Alferio celebrò la messa principale, lavò i piedi ai confratelli, fece molte elemosine ai poveri, rivolse una toccante esortazione ai suoi religiosi, rassicurandoli che sarebbe stato sempre in spirito tra loro. Quindi nominò suo successore l’umile e pio Leone da Lucca. Il nuovo Abate ed i religiosi, alla preghiera di Alferio, si recarono nel refettorio per mangiare qualcosa, mentre il santo vecchio si ritirò nella sua cella ove, in solitudine, pregando morì. Il suo corpo fu seppellito dai suoi discepoli vivicno alla chiesa, nella stessa cripta dove aveva dimorato per tanti anni.Oggi riposa ancora lì in una tomba di marmo posta tra i corpi dei suoi due immediati successori. Il nome di Alferio che da vivo era stato tanto famoso nei principati lombardi di Salerno, Capua e Benevento, dopo la sua morte divenne popolarissimo in tutta l’Italia meridionale. Commosse dai miracoli che avvenivano sulla sua tomba, le popolazioni lo acclamarono presto come Santo, La chiesa approvò la decisione. Papa Vittorio III, che aveva conosciuto a Cava tutte le virtù del suo buon maestro, appena salito al soglio di San Pietro, pose il nome di Alferio nel canone dei Santi. A Cava de’Tirreni il 12 aprile di ogni anno si celebra la festa di Sant’Alferio.

 

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