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della Città di Cava de' Tirreni (SA)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


di Livio Trapanese

La storia
Documenti inediti di fine '800
L'Abbazia benedettina della
Santissima Trinità de La Cava
Raccolta di Paul Guillaume - Traduzione di Paola Malavenda

Prima parte - Libro 1° - Capitolo Terzo
San Leone da Lucca (1050 - 1079) - I parte

Elezione e rimozione di Leone - L’amore per i poveri - I rapporti con Gisulfo II - Difensore degli Amalfitani - Donazioni diverse - Religiosi degni di nota - I primi anni di Pietro Pappacarbone - Viaggio e soggiorno a Cluny - Nominato maestro di Oddone di Chatillon, che diverrà Vescovo di Policastro, Abate di Sant’Angelo di Monte Corace ed infine Papa Urbano II - Nuovi doni di Gisulfo II - Bolla di Gregorio VIII - Predizione di Leone - Roberto il Guiscardo assedia ed espugna Salerno - Normanni e Longobardi - Ruolo provvidenziale dell’Abbazia della Santissima Trinità della Cava - Soggiorno di Oddone di Chatillon a Cava - Morte dell’Abate Leone.
L’Abate Leone I era un religioso dai costumi puri e semplici, di notevole bontà e prudenza.
Durante un viaggio che egli fece verso il 1020 da Lucca (sua patria) a Salerno, sentì parlare delle virtù del pio solitario (Alferio) della grotta di metelliano e subito corse a porsi sotto la sua guida. Fin d’allora egli divenne uno dei più utili collaboratori di Sant’Alferio che, in seguito, come abbiamo già detto, lo scelse come suo successore (12 aprile 1050).
Sembra che i primi giorni del governo di Leone non furono felici poiché un potente signore che la storia non nomina, invase con le armi il monastero e rapì il nuovo Abate, che tuttavia fu rimesso in libertà poco dopo. Leone da Lucca si distingueva soprattutto per il suo grande amore verso gli infelici. Nella toccante biografia che di lui ci ha lasciato Ugo da Venosa si legge che sovente Leone, di nascosto, andava sulla montagna vicina a raccoglier legna, la portava sulle spalle fino a Salerno e con il ricavato della vendita acquistava pane, che distribuiva ai poveri.
Un giorno, mentre egli distribuiva pane ai poveri, passò di lì Gisulfo II, principe di Salerno. L’Abate Leone gli offrì, come ad altri, il pane del suo sudore ma il Principe, offeso, si allontanò subito. I cavalieri del suo seguito gli fecero notare che così facendo egli non aveva disprezzato il pane, ma l’uomo di Dio che glielo aveva porto. Gisulfo tornò indietro, ricevette dal sant’uomo una porzione di pane e subito la mangiò. Da quel giorno, aggiunge l’Abate di Venosa, Gisulfo provò una grande stima per il servo di Dio e ricompensò il dono del pezzo di pane con moltissime elargizioni, come ci è confermato, oltre alla testimonianza dello storico, anche da numerose pergamene custodite negli archivi dell’Abbazia di Cava. E’ così che nei diplomi di gennaio e febbraio 1058, per onore verso l’augusta Trinità e per rispetto della santità dell’Abate Leone, per onore verso Alferio che fu il suo primo padre spirituale e nella speranza di ottenere la remissione dei peccati e di quelli di Gemma sua sposa e di Guaimario suo figlio, il Principe di Salerno confermò tutte le donazioni fatte in precedenza all’Abbazia di Cava, partendo da quelle di Guaimario III e IV, quelle di Salperto suo maresciallo etc..
Gli concesse poi tutto il territorio che ancor oggi forma i Comuni di Cava de’Tirreni e Vietri sul Mare. Ordinò infine che le gabelle percepite nei porti di Cetara, Albola (Albori) e Fondi fossero versate nelle casse del monastero. Tuttavia Gisulfo, per carattere, era portato alla vendetta ed alla crudeltà. Egli era tanto irritato contro quegli amalfitani, sui quali suo padre Guaimario IV aveva dominato per sei anni (1039-1045) e che avevano avuto l’ardire non solo di scuotere il giogo, ma anche di tendergli un tranello, con l’accordo di taluni signori di Salerno, assassinandolo non lontano da Salerno, in riva al mare, colpendolo con 36 pugnalate (1052).
Gisulfo punì i colpevoli infliggendo loro le più crudeli torture. Tutti gli amalfitani che venivano catturati erano impietosamente torturati, mutilati e poi uccisi.
Soltanto Leone da Lucca osò a quel tempo resistere al Principe salernitano, opponendosi con libera autorità ai suoi feroci istinti, addolcendolo talvolta con incessanti preghiere e talvolta spaventandolo con terribili minacce. Spesso lo rendeva così docile da ottenere ciò che desiderava.
L’Abate di Venosa che abbiamo appena citato, spiega il motivo dell’audacia del religioso di Cava. Il Sant’uomo che sulla terra nulla possedeva era ricco dei tesori del Cielo e poteva tanto più liberamente opporsi ai potenti della terra in quanto perdonandoli non avrebbe perso assolutamente nulla.
Tra i numerosi esempi di dedizione dell’Abate Leone verso gli amalfitani perseguitati, ne ricordiamo uno in particolare.
Un giorno, mentre Leone era a tavola con i suoi religiosi, giunse in gran fretta da Salerno un messaggero che annunciava che Gisulfo aveva ordinato di cavare gli occhi a tre uomini di Amalfi. Correte Padre gridò rivolgendosi all’Abate Leone, correte poiché gli infelici sono già diretti al luogo del supplizio. L’uomo di Dio interruppe subito il modesto pranzo e si precipitò verso Salerno ove trovò i tre sfortunati alle porte della Città. Ordinò allora, con autorevolezza, ai carnefici di liberare le loro vittime e venne immediatamente ubbidito. Subito dopo si recò da Gisulfo rimproverandolo per la sua crudeltà. Il Principe, ancora una volta, accolse con sottomissione i salutari avvertimenti dell’Abate e si addolcì senza tuttavia potersi spogliare della sua naturale ferocia. Allo stesso modo, un tempo, sulle alture di Monte Cassino, il fiero Totila si era addolcito anch’egli per qualche tempo davanti alla figura di San Benedetto. L’Abbazia di Cava, comunque, sempre più prospera, dopo le donazioni di Salperto e di Gisulfo, diveniva di giorno in giorno più ricca. Sull’esempio del principe salernitano i signori della sua corte o dei paesi vicini facevano a gara tra loro per sottoporre all’autorità di Leone monasteri, chiese vassalli e terre. E’ così che fin dal 1053 il nobile Luca Tromarchio ed i suoi fratelli: Pancrazio, Nicola e Candido offrirono, con un bel diploma in lingua greca, il Monastero di Sant’Andrea che possedevano in Calabria e che poco prima era stato distrutto dai Franchi o Normanni. Nel 1059 il Visconte Vibo di Salerno fornì a Leone i mezzi necessari per costruire in Salerno la chiesa ed il monastero di San Nicola della Palma. Amanda, figlioletta di Leone l’Amalfitano, nel 1060 gli concesse la bella Terra di Metelliano, detta allora del Piano ed ancora oggi chiamata: il piano della camera. Il signore Golferio e Ronaldo suo padre, nel 1063, aggiunsero ad altre concessioni già fatte al monastero di San Magno del Cilento, che dipendeva da quello di Cava, la donazione di due mulini situati sul Lustra, che è un piccolo corso d’acqua che si getta nel Tusciano, non lontano dalle rovine di Paestum. Gemma, madre di Gisulfo II, nel 1071 accordò al monastero benedettino cavense la proprietà assoluta di tutto il Selano che è quel rigoglioso ruscello che scorre ai piedi dell’Abbazia della Trinità di Cava ed un grande mulino che ella aveva fatto costruire a Molina di Vietri.
Con le donazioni crebbe anche il numero dei religiosi della grotta metelliana.
La cronaca di Patrilli cita parecchi dei più illustri nomi dell’epoca. Senza più occuparci della credibilità di questa cronaca ci accontentiamo di notare che l’Abate Leone conferì l’abito a Guaimario, Conte de Cornetum della Diocesi di Capaccio, ad Indulfo, prete di Salerno, al veneziano Ugo, Conte di Parentia, al figlio di Redolfo, Conte di Sarno, a Pietro Pappacarbone ed a Costabile Gentilcore.
Pensiamo di dover far sapere già da ora, in particolare, come la vita di Pietro si legò intimamente a quella dell’Abate Leone.
Pietro Pappacarbone era nipote di Sant’Alferio. Il ricordo di suo zio ed il desiderio di imitarne le virtù, verso il 1057, lo attirarono da Salerno a Cava. Fin dai primi giorni, Pietro si fece notare per la completa obbedienza alle regole e per un grande amore per la contemplazione e soprattutto per un’austerità di vita poco comune. Per seguire meglio le proprie inclinazioni, Pietro, durante la quaresima e con il consenso dell’Abate Leone, si ritirava su Monte Sant’Elia, precisamente nel luogo ove Sant’Alferio aveva tentato di fondare il monastero. Là egli seguiva tutti gli usi dei più severi anacoreti. Secondo Ugo da Venosa, pochi pani gli erano sufficienti per tutta una quaresima. Pietro, nel 1062, eccitato dalla grande reputazione di cui godeva l’Abbazia di Cluny, accompagnato da alcuni religiosi di Cava, s’imbarcò per Genova e da lì passò in Borgogna ove, in ricordo di suo zio Alferio, fu ricevuto da Sant’Ugo, Abate di Cluny (1049-1109), che non mancò di manifestargli segni di tenero affetto. A Cluny, Pietro si distinse per le stesse virtù che gli erano state riconosciute dai suoi confratelli della grotta di Cava. L’Abate Ugo lo prese tanto in considerazione che gli affidò le più importanti cariche della famosa comunità. Pietro le esercitò con zelo e così trascorse cinque anni della sua vita claustrale e tre anni nella cappella del Santo Abate Ugo. Fu allora che Pietro conobbe il famoso Hildebrando al quale fu legato da stretta amicizia. Quando il futuro avversario delle Simonie e delle Investiture si allontanò da Cluny, non dimenticò il suo amico monaco cavense, né ciò che aveva saputo dell’Abbazia di Cava.
Poco dopo, verso il 1069, Pietro fu incaricato a Cluny alla direzione dei novizi e fu in quella veste che egli ebbe il grande onore di iniziare alla vita cenobitica Odone di Chatillon, che in seguito divenne Arcidiacono della Chiesa di Reims e più tardi Papa, sotto il nome di Urbano II (1070).
Questo evento, da solo, ci da la misura delle sue virtù e dei suoi meriti.

 

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