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della Città di Cava de' Tirreni (SA)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


di Livio Trapanese

La storia
Documenti inediti di fine '800

L'Abbazia benedettina della
Santissima Trinità de La Cava
Raccolta di Paul Guillaume - Traduzione di Paola Malavenda

Prima parte - Libro 1° - Capitolo Quarto
San Pietro Pappacarbone (1079 - 1122) - II parte

Colui che superò tutti i donatori fu senza dubbio il celebre Duca Ruggiero, uno dei figli di Roberto il Guiscardo morto nel 1085 nell’isola di Cefalonia; successore del Padre sul trono di Salerno, Amalfi, Sorrento e nelle regioni della Puglia, Calabria e Sicilia. Questo Principe, nell’arco di 26 anni (1085-1111) accordò all’Abate Pietro ed al monastero di Cava una tale quantità di diplomi che attualmente nell’archivio di Cava ne esistono almeno 27. Nel mese di gennaio del 1086 troviamo che il Duca Ruggiero che a Gennaio donò all’Abate Pietro il monastero di Santo Stefano di Giuncarico; a Maggio il Porto di Vietri sul Mare; in agosto gli sottopose il monastero della Santissima Trinità di bari con tutte le chiese, terre e vassalli che ne dipendevano; in Ottobre gli confermò il possesso di tutta l’attuale valle metelliana e gli donò anche la celebre Abbazia di San Massimo in Salerno, concedendogli anche altre chiese e monasteri del Cilento. Nel 1087 Ruggiero confermò all’Abate Pietro le elargizioni precedenti e gli accordò la facoltà di riceve l’omaggio dei vassalli dipendenti dall’Abbazia e di giudicarli liberamente nel Tribunale del Monastero; infine gli donò il diritto di patrocinio su 15 diverse chiese. Nel 1088 il Dica Ruggiero concesse a Pietro l’Abbazia di Sant’Adriano di Rossano in Calabria, con tutte le chiese, i priorati, i monasteri ed i vassalli che le erano sottoposti. Nel 1089 gli offrì la chiesa di San Matteo di Tusciano in Battipaglia. Nel 1090 gli donò ovvero confermò la giurisdizione sugli uomini di Metelliano, Pasciano, ed altri quartieri della Valle di Cava (1090). E’ del 1092 il diploma inserito nella Bolla di Papa Urbano II ed anche quello con il quale egli concesse all’Abbazia vaste terre demaniali, situate a Sarno, oltre ad altri vassalli.
Col bel diploma del 1094 il Duca Ruggiero concesse all’Abate Pietro il castello di Stregola vicino Cassano in Calabria, con tutti i suoi vassalli sia cristiani che musulmani. Ricordiamo inoltre il diploma dell’1100 con il quale Ruggiero accordò ai religiosi del monastero l’esenzione da ogni gabella sulle Piazze di Salerno; quello dell’1106, col quale concesse il villaggio di Fabrica in Puglia; Quello del marzo dell’1110 col quale il Duca Ruggiero si spogliò a favore dell’Abbazia di Cava di tutti i suoi diritti sulla chiesa di Santa Maria di Domno di Salerno e quello di giugno dello stesso anno con il quale egli confermò nuovamente tutti i beni all’Abbazia della Santissima Trinità di Cava. Resta da ricordare, infine, il diploma del febbraio 1111, col quale il Duca Ruggiero concesse all’Abate Pietro l’assoluta proprietà del castello di Sant’Adiutore con piena e completa giurisdizione sui vassalli che abitavano nei dintorni. Niente di strano, quindi, se dopo tutto ciò vediamo i religiosi benedettini di Cava mostrare sempre la più viva riconoscenza verso il generoso figlio di Roberto il Guiscardo; celebrare le sue donazioni nei loro scritti; rappresentarlo in parecchi quadri ed ogni giorno, pregando nel corso dei loro uffizi per tutti gli altri benefattori, fare una menzione speciale per il Duca Ruggiero. Le sue elargizioni, diceva l’Abate Rodulfo nel 1582, furono così grandi e così numerose che non è facile esprimerle tutte ed è a ragione che durante gli uffizi quotidiani si sia sempre fatta e si faccia ancora una commemorazione per la sua anima. Ancora oggi, benché l’Abbazia di Cava si stata spogliata di tutti i suoi beni, continua sempre questo pio omaggio di gratitudine e non è senza viva emozione che spesso abbiamo sentito i pochi religiosi di Cava, che sono sopravvissuti al naufragio del loro monastero, pregare ogni giorno, alla conclusione della compiete per il riposo dell’anima del Duca Ruggiero. Tuttavia, L’Abate Pietro seppe fare un nobile uso delle immense ricchezze che si accumulavano nelle sue mani. Egli non solo se ne servì per provvedere ai bisogni dei suoi numerosi discepoli, secondo la prescrizioni della Regola, ma elargì tanto anche a tutti gli indigenti dei dintorni. Ugo da Venosa, verso il 1140, diceva: ai nostri tempi sarebbe stato difficile trovare un’altra persona che si potesse paragonare al venerabile Abate Pietro, per la cura che si prendeva per gli infelici. Egli provvedeva abitualmente al loro vestiario e nutrimento, con tanto amore e zelo, e per trovarli andava egli stesso di città in città. Un’altra porzione delle offerte fatte all’Abbazia di Cava venivano impiegate per sostenere gli artisti che venivano nelle vicinanze. L’Abbazia della Santissima Trinità di Cava fu aperta a molti artisti ed i loro lavori furono generosamente ricompensati.
I religiosi della grotta metelliana, come abbiamo visto, alla fine dell’XI erano divenuti molto numerosi, tanto che le mura del monastero a suo tempo costruito da Sant’Alferio, zio paterno dell’Abate Pietro, non poteva più contenerli tutti. L’Abate Pietro colse l’occasione per rinnovare tutto, anche se il Pratilli nella cronaca cavense attribuisce questo innovamento ad una inondazione. Pietro seppe vincere le gravi difficoltà oppostegli dalla tipologia dei luoghi. Fece costruire numerosi dormitori. Ingrandì il capitolo della Cattedrale e creò un nuovo cimitero. Ricostruì la chiesa dalle fondamenta e la fece decorare con molta cura. Gli abbellimenti che il famoso Abate Didier aveva fatto tra il 1066 ed il 1071 a Monte Cassino una lodevole rivalità tra le due illustri Abbazie benedettine. Pietro voleva che il monastero cavense fosse uguale o superiore a quello di Cassino. Chiamò presso l’Abbazia gli artisti più rinomati dei paesi vicini, soprattutto da Amalfi, Napoli e Salerno. In pochissimo tempo le mura della chiesa della Santissima Trinità furono coperte da bellissimi affreschi. Il vecchio pavimento in mattoni fu sostituito con marmi pregiati. Gli altari e le colonne furono ornate da delicati mosaici dai vivaci colori. Sfortunatamente tutti quei lavori, così interessanti per la storia dell’arte di quel periodo non ci sono pervenuti. I restauri posteriori a quelli citati, soprattutto quelli del XVIII secolo, sono quasi completamente scomparsi. Oggi restano soltanto alcuni brandelli di pittura nella Cripta Arsizia. Quelle pitture di stile bizantino, raffigurano l’Arcangelo Michele tra due Santi Abati, molto probabilmente Sant’Alferio e San Leone, fra un gruppo di angeli. Questa raffigurazione ha fatto si che la Cripta Arsizia fosse spesso chiamata Grotta o Cappella degli Angeli. La chiesa della Santissima Trinità fu terminata nel 1092 e quello stesso anno l’Abate Pietro ebbe la soddisfazione di vederla consacrata, solennemente, da un suo antico discepolo: Odone da Chatillon, divenuto Papa sotto il nome di Urbano II. Dopo il suo innalzamento al cardinalato (1078) Odone era divenuto uno dei maggiori sostegni di Papa Gregorio VII. Lo aveva aiutato molto nella lotta contro le pretese dell’Imperatore Enrico IV. Quando Hildebrando, obbligato ad allontanarsi da Roma morì, ad amministrare la giustizia a Salerno, fu designato il Cardinale Odone, con l’Abate di Monte Cassino e l’Arcivescovo di Lione. Papa Urbano II occupò il pulpito di San Pietro in Roma il 25 maggio 1085. L’Abate Didier, malgrado le sue profonde resistenze, fu comunque eletto Papa nel 1086 prendendo il nome di Vittorio III. Anche questi, ricordiamolo, fu discepolo dell’Abate Alferio. Sfortunatamente Papa Vittorio III non governò a lungo la chiesa cattolica romana poiché morì dopo soli pochi mesi dalla sua elezione. Egli si spense nella sua casa abbaziale di Monte Cassino il 16 settembre 1087.
Il 12 maggio 1088 i Cardinali riuniti a Terracina, nominarono come suo successore il Vescovo di Ostia, Odone da Chatillon, che prese il nome di Urbano II. Questi, che aveva visto morire lontano da Roma i suoi due santi predecessori: Gregorio VII, di peste, a Salerno e Vittorio III, con tutti i sintomi dell’avvelenamento, a Monte Cassino, non ritenne prudente, dopo la sua elezione, recarsi a Roma ove l’Imperatore di Germania, a quel tempo più potente che mai, aveva ripristinato l’antipapa Guiberto o Clemente III (1080-1100). Papa Urbano pensò dunque di affidarsi al coraggio dei figli di Roberto il Guiscardo: Ruggiero e Bohemond. Egli si stabilì dunque presso i due gentiluomini e fece della cittadina di Melfi, in Basilicata, la sua dimora ordinaria. Fu proprio là che celebrò diversi concili sostenendo energicamente i diritti della santa sede. Durante quello del settembre 1089, al quale intervenne Pietro Pappacarbone, quale Abate di Cava, successe qualcosa d’interessante.
Benché Pietro Pappacarbone fosse stato in passato Vescovo di Policastro (1070), al Concilio di Melfi era stato chiamato come semplice Abate. Così era seduto con il capo scoperto vicino ad altri frati. Il Papa, scorgendolo, per delicatezza, si tolse la mitra dalla testa e la fece pervenire al venerabile Abate della Santissima Trinità dicendo: non è giusto che l’allievo sia coperto davanti al capo bianco, scoperto, del suo maestro.
Questo fatto non prova che gli Abati regolari non avessero ancora il privilegio di portare la mitra, serve tuttavia a dimostrare che gli Abati di Cava non avevano avuto fino a qual momento il premesso di farne uso. In effetti sarebbe stato strano che l’Abate Pietro, un tempo Vescovo di Policastro, in un Concilio non portasse la mitra, se prima era stato permesso agli Abati di Cava di farlo. Da allora, quegli stessi Abati non hanno mai smesso di portare la mitra. Vedremo che questo privilegio fu loro soventemente confermato, soprattutto da Alessandro III (1168).
Pochi giorni dopo il Conciclio di Melfi, Papa Urbano II si recò a Venosa e donò all’Abate Pietro, suo confratello e correligioso, per essere stato anch’egli ospite dell’Abbazia di Cava nel 1078, una Bolla importantissima che porta la data del 21 settembre 1089; redatta dal celebre Giovanni da Gaeta, Cardinale-Diacono della Santa Chiesa e più tardi Papa sotto il nome di Gelasio II.
Con la Bolla il grande Pontefice prese sotto la sua tutela e protezione il Monastero di Cava, che dichiarò immediatamente ed unicamente sottomesso alla Santa Sede; enumerò e confermò le Abbazie, i priorati e le chiese principali che a quel tempo dipendevano dalla Santissima Trinità.

 

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