La storia
Documenti inediti di fine '800
L'Abbazia benedettina della
Santissima Trinità de La Cava
Raccolta di Paul Guillaume - Traduzione di Paola Malavenda
Prima parte - Libro 1° -
Capitolo Quarto
San Pietro Pappacarbone (1079-1122) - (III parte)
Allo stesso modo confermò tutti i beni, le borgate, i castelli sin’allora
donati alla Santissima Trinità di Cava e più particolarmente il Corpo di
Cava, che già era in costruzione.
Accordò all’Abate Pietro ed ai suoi successori la facoltà di ricevere
dall’Arcivescovo di Amalfi o da qualsiasi altro Prelato, in comunione con
Roma, le consacrazioni sacre (consacrazione delle chiese e degli altari,
confezione del Santo Crisma e degli Oli Santi, collazione degli Ordini
Maggiori). Riconobbe ai monaci benedettini cavensi, alla morte del loro
Abate, l’esclusivo diritto di sceglierne un altro che doveva essere
consacrato dal Sovrano Pontefice. Scomunicò tutti coloro che
s’impossesseranno o terranno ingiustamente i beni del Monastero. Esortò i
religiosi della grotta Metelliana a condurre una vita sempre più mortificata
e regolare. Infine decretò che come pegno della libertà che il Monastero,
l’Abate ed i Religiosi avevano appena ricevuto dalla Chiesa Romana, da
allora fosse pagato un canone annuo di tre soldi d’oro in favore del palazzo
Apostolico di Latran. Ricordiamo che il soldo d’oro valeva quattro tarì di
Salerno o d’Amalfi ed ogni tarì equivaleva ad almeno due franchi e
cinquanta; per cui l’Abbazia di Cava, ogni anno, offriva alla Santa Sede
circa trenta franchi.
Questo era in sostanza il contenuto di quella interessante bolla, ancora
poco nota, che dà l’idea esatta dell’estensione, a quell’epoca, della
Congregazione di Cava, che segnò l’inizio della Diocesi Abbaziale della
Santissima Trinità. Dopo molte peregrinazioni nel sud Italia, Urbano II nel
1092 si recò a Salerno, seguito da un gran numero di Cardinali. L’Abate
Pietro si affrettò ad andare novellamente a rendergli omaggio ed a pregarlo
di portarsi presso il monastero di Cava, per consacrarne l’attigua Chiesa.
Il Papa acconsentì molto volentieri, anche perché avrebbe rivisto, con
piacere, il luogo ove già in passato aveva ricevuto una codialissima
ospitalità e quindi avrebbe avuto ancora l’occasione di manifestare la stima
e l’amore che provava per il suo monastero.
Il 4 settembre 1092, malgrado l’opposizione dell’Arcivescovo Alfano II
(1085-1121), Urbano II partì da Salerno per Cava, accompagnato dal Duca
Ruggiero di Salerno, da sedici cardinali e da un gran numero di prelati,
principi, sacerdoti ed armigeri, seguito da una folla immensa, venuta d’ogni
parte del circondario sottomesso all’Abbazia. Il dissenso palesato
dell’Arcivescovo Alfano II era motivato dal fatto che il Papa lo aveva
privato della giurisdizione esercitata sul monastero di Cava.
La scalata della collina che sbocca nella valle ove si nasconde l’Abbazia di
Cava, fu fatta in pompa magna. Quando il Papa arrivò sull’altura situata a
circa cinquecento metri dall’Abbazia, nel punto in cui la vista abbraccia
tutta la valle metelliana, il golfo di Salerno e la piana che si estende
fino a Paestum, mentre parecchi si fermarono un momento per ammirare il
paesaggio, il Sovrano Pontefice, pieno di rispetto e d’amore per i luoghi
che erano stati abitati da Sant’Alferio e da San Leone, si voltò verso il
Duca Ruggiero e disse: La terra che calpestiamo è sacra, sarebbe strano che
noi peccatori percorressimo a cavallo un sentiero che tanti Santi hanno
percorso a piedi nudi. Così dicendo Papa Urbano II scese dalla sua
cavalcatura, in presenza del Duca Ruggiero, rimasto sorpreso per tanta
umiltà e si accinse a proseguire a piedi. Tutto il seguito imitò subito
l’esempio del Papa ed il pio corteo continuò così il suo cammino verso il
monastero. Poco più lontano il corteo del Papa incontrò il venerabile Abate
Pietro, attorniato da tutti i suoi monaci. Urbano II abbracciò Pietro e
diede la sua benedizione agli altri. Insieme, cantando salmi, percorsero la
distanza che ancora li separava dall’Abbazia. Per il resto di quella
giornata e parte della notte successiva, si recitarono gli uffizi corali ai
quali il Urbano II volle intervenire. Si dice che nel coro occupò lo stesso
posto che gli era stato un tempo assegnato quando venne a Cava ed era un
semplice religioso. La tradizione vuole che Urbano II passò il resto della
notte nella grande sala trasformata poi in dispensa, posta sotto il piccolo
refettorio, e dove oggi si vedono due affreschi del XVII secolo,
rappresentanti uno la nostra Signora del Rosario e l’altro Sant’Alferio ed
Urbano II in abito cardinalizio, prostrati davanti alla Santissima Trinità.
La solenne cerimonia della consacrazione della chiesa ebbe luogo il giorno 5
settembre 1092 alla presenza dei cardinali: Ubaldo di Sabino, Odone di
Albano, Bernaldo di Preneste, Giovanni di Tuscolano, Bruno di Segni,
Rangerio di Reggio Calabria, Gerardo di Troia, Giovanni di Rapolla, Ermanno
del titolo dei Quattro Santi Incoronati, Gregorio del titolo San Vitale,
Benedetto del titolo Santa Susanna, Gregorio del titolo di Santa Maria in
via lata, Giovanni del titolo di Santa Maria in Schola Greca, Pietro del
titolo di San Damiano, Giacomo del titolo di Sant’Eustachio e Teutonio del
titolo di San Giorgio ad velum aureum; del Duca Ruggiero e di quella
moltitudine di principi, conti ed altri personaggi (chierici o laici,
longobardi o normanni), di cui abbiamo parlato prima.
A tal proposito, molto sensatamente, Moreri scrisse: mai si era vista, al di
fuori di Roma, una funzione più celebre ove nel corteo papale fossero
riuniti tanti cardinali, arcivescovi, vescovi, duchi e principi secolari.
Papa Urbano II unse personalmente con l’olio santo le mura della splendida
Basilica di Cava.
Per suo ordine, in ricordo di quella memorabile dedicazione, nella chiesa fu
posta una lapide, ancora oggi visibile nella navata laterale sinistra, che
qui riportiamo:
S. M A R I A
A W
Poi, sotto, su una pietra grande la metà della precedente si legge:
D.O.M.
CRUCEM, HOC IN LAPIDE SCULPTAM, QUAM CERNIS
SANCTISSIMUS URBANUS II, PONTIFEX MAXIMUS
IN SACRA HUIUS ECCLESIAE CONSECRATIONE
PROPRIIS MANIBUS, IN SACRAE REI SIGNUM, OLEO SANCTO LINIVIT
ANNO SALUTIS MXCII. NON. SEPT. INDICT. XV.
In quella circostanza, tanto importante per la storia della Santissima
Trinità, Papa Urbano II accordò al Monastero, all’Abate Pietro ed ai suoi
successori, numerosi ed importanti privilegi.
Con la Bolla del 14 settembre 1092 esentò l’Abbazia da qualsiasi altra
giurisdizione secolare o ecclesiastica, eccetto quella della Santa Sede.
Elevò l’Abate di Cava alla dignità di Ordinario Diocesano concedendogli
tutti i diritti ed i poteri dei vescovi ad eccezione della collazione degli
ordini maggiori, della confezione del Santo Crisma e della Consacrazione
delle Chiese e degli altari. Gli diede la facoltà di giudicare i vassalli
del monastero e di scomunicare i detentori dei suoi beni e tutti coloro che
avrebbero visitato la chiesa della Santissima Trinità nel giorno della sua
dedicazione o il giovedì-venerdì della settimana Santa. Accordò il vantaggio
di guadagnare le stesse indulgenze che avrebbero meritato se fossero andati
a San Giacomo di Campostella. Dichiarò, infine, che tutti coloro che
avessero voluto essere seppelliti nel cimitero dell’Abbazia, purché
cristiani e cattolici, avrebbero potuto farlo.
Da parte sua il Duca Ruggiero, che come abbiamo letto aveva già fatto
consistenti donazioni alla Santissima Trinità, in quella occasione raggiunse
il massimo delle sue elargizioni perché volle concedere numerosi ulteriori
favori all’Abbazia. Il diploma del Duca Ruggiero fu inserito nella Bolla di
Urbano II. Tra gli altri, menzioniamo i seguenti privilegi: 1. Esenzione nei
suoi stati da qualsiasi diritto d’ingresso o di uscita; 2. Proprietà della
decima parte dei pesci pescati nel mare di Vietri. Questa porzione del golfo
di Salerno si stende ai piedi della montagna ove è situata l’Abbazia;
principia dal piccolo vallone di Gallocanta, non lontano da Salerno, e
finisce al ruscello di Cetara, verso Amalfi, per una lunghezza di 12 km
circa ed una larghezza di 9 km, a partire dalla costa. Il monastero di Cava
godette a lungo di questo privilegio e lo conservò anche dopo aver ceduto ai
vescovi di Cava la giurisdizione spirituale su Vietri (1513). Nel 1696 il
monastero cavense concesse in appalto la decima dei pesci presi nel mare di
Vietri per 150 ducati annui, pari a circa 640 franchi; 3. La facoltà di
avere giudici e notai pubblici; 4. Il potere di emettere ogni tipo di
sentenza, con la sola eccezione della pena di morte; 5. Il diritto per
l’Abate ed i suoi successori, passando sulle terre ducali, di liberare i
criminali condannati a morte od altre pene. |