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della Città di Cava de' Tirreni (SA)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


di Livio Trapanese

La storia
Documenti inediti di fine '800
L'Abbazia benedettina della
Santissima Trinità de La Cava
Raccolta di Paul Guillaume - Traduzione di Paola Malavenda

Prima parte - Libro 1° - Capitolo Quarto
San Pietro Pappacarbone (1079-1122) - (IV parte)

Alla loro partenza dall’Abbazia, i due grandi benefattori, aggiunsero un ricordo più intimo ai segni materiali già concessi. Il Duca Ruggiero di Salerno donò al monastero di Cava il ricco e splendente mantello che egli stesso indossò nel giorno della consacrazione della basilica. Papa Urbano II lasciò la sua croce pastorale in filigrana d’oro, ancor oggi custodita nell’Abbazia della Santissima Trinità.
L’Abate Pietro, molto riconoscente verso i nobili ospiti, alla loro partenza, volle accompagnarli a Salerno. In quella città l’anziano maestro dei novizi di Cluny ricevette dal suo illustre discepolo nuove testimonianze d’affetto. Il Pontefice donò all’Abate di Cava diverse reliquie preziose, tra le quali la testa di Santa Felicita, illustre matrona romana, martirizzata assieme ai suoi sette figli, durante la persecuzione di Marco Aurelio (150). Il monastero cavense, come la valle metelliana, dal 1092 passarono sotto la speciale protezione di quella Santa e tutti la riconobbero come patrona e sovrana. Gli abitanti di Cava, in conseguenza di ciò, sino alla fine del XVIII secolo, versarono un canone annuo di 25 ducati pari a 106 Franchi. La festa di Santa Felicita si celebra nell’Abbazia, in pompa magna, il 10 luglio d’ogni anno, sempre che sia una domenica; altrimenti la festa si celebra la domenica infra octavam.Si porta solennemente in processione la reliquia di Santa Felicita rinchiusa in un mezzo busto in lamina d’argento battuto e cesellato. Questo è certamente uno dei monumenti più notevoli dell’arte dell’XI secolo.
Parliamo adesso del Corpo di Cava.
Il Corpo di Cava è pittorescamente situato in mezzo ai boschi, nella prominenza del Monte Finestra che, avanzando dalla gola in fondo alla quale scorre il Selano, forma l’immensa grotta dove si trova la Santissima Trinità. I suoi fondatori furono gli stessi della celebre Abbazia. Sembra che fin dal 1012, sulla sua area, Sant’Alferio fece costruire un luogo di accoglienza per i poveri ed i pellegrini. Più tardi, verso il 1081, l’Abate Pietro, avendo notato che questo rifugio era troppo piccolo per accogliere i numerosi personaggi che da ogni parte, persino dalla Francia, venivano continuamente a trovarlo, ne aumento notevolmente le proporzioni. Nel 1082 aggiunse un ospizio per i poveri e gli ammalati. Ben presto, intorno a questi diversi edifici, si stabilirono con le loro famiglie, tutti coloro che a titolo diverso avevano un impiego nell’Abbazia benedettina o che ricevevano giornalmente sussistenza dalla sua generosità.
L’Abate Pietro dotò allora il nascente villaggio di una bella chiesa ogivale, a tre navate, le cui volte erano sostenute da colonne in marmo ed i muri ornati da pitture medioevali. Tutto ciò fu barbaramente mutilato nel XVIII secolo. Nel 1760, infatti, tutte le colonne furono inglobate nella costruzione degli attuali pilastri. Quando fu posizionato l’organo sopra la porta della chiesa, gli affreschi che vi si trovavano furono così seriamente danneggiati che non rimase più nulla; tuttavia fin verso il 1720 essi erano ancora molto ben conservati. Questa chiesa fu consacrata solennemente dal Cardinale Rangerio di Reggio Calabria, nel 1092, sotto il patronato di Santa Maria della Terra, precisamente lo stesso che Papa Urbano II fece la stessa cosa alla basilica della Santissima Trinità. Verso questo stesso periodo, per mettere i suoi abitanti al riparo da ogni attacco, l’Abate Pietro fece cingere la città nascente con alte e forti mura, attraversate da tre porte e fiancheggiate da otto grandi torri. In questa cerchia furono riuniti i diversi rami dell’amministrazione delle dipendenze dell’Abbazia, il Tribunale del Monastero, il Corpo dei magistrati: giudici, notai ecc., che da esso dipendevano; particolarità, da cui è derivato, come abbiamo già notato, il nome stesso di Corpo di Cava. Fu là che l’Abate della Santissima Trinità, Barone e Signore della Città, esercitò a lungo i suoi diritti temporali e spirituali. Tutte queste circostanze resero il Corpo di Cava estremamente caro ai religiosi della Santissima Trinità e grazie a questi, esso divenne tanto ricco e popoloso che nel XIV secolo fu uno dei distretti più floridi dell’intero territorio, allora chiamato Cava. Raggiunse anche un tale gradi di superiorità rispetto a quelli di Pasciano, Vietri e Sant’Adiutore che nel 1394 Papa Bonifacio IX li onorò del lusinghiero titolo di città e che Leone X, nel 1513, eresse la chiesa Cattedrale della nuova Diocesi di Cava. La Cattedrale si identifica nella chiesa di Santa Maria alla terra. Il Corpo di Cava, in epoche diverse, soffrì molto per le guerre che troppo spesso devastarono il regno di Napoli. Nel 1266 Manfredi abbatté le sue mura; il Re Ladislao le rialzò nel 1390 e nel 1528 furono ancora restaurate. In seguito alla grande tranquillità di cui poterono godere le contrade meridionali d’Italia nel XVII e XVIII secolo, esse caddero in rovina in diversi punti. Tuttavia molta parte rimane ancora perfettamente conservata ed ha, tra gli alberi e la bella natura circostante, un aspetto incantevole che molto spesso il pennello degli artisti si è sforzato di riprodurre e la penna dei turisti di descrivere.
Il 29 luglio 1099, grida di dolore risuonarono in Roma, la grande città si vestì a lutto; la chiesa aveva perso il suo supremo Pontefice, i romani il loro Re, gli infelici piangevano il loro padre, i perseguitati un protettore devoto. Pascale II (1099-1118) il nuovo Papa, come suo predecessore, apparteneva alla Congregazione di Cluny. Come lui si fece notare per il suo grande affetto verso la Congregazione di Cava, unita ormai da tempo a quella di Francia da legami molto stretti. Fin dai primi giorni del suo pontificato, Pascale II, ne diede prove eclatanti. Con la sua Bolla del settembre 1100 approvò tutte le concessioni che erano state precedentemente riconosciute alla Santissima Trinità di Cava da Gregorio VII e da Urbano II. Riconobbe la completa indipendenza dell’Abbazia di Cava da ogni giurisdizione episcopale. Le confermò le chiese, le terre e tutti gli altri beni posseduti e rinnovò all’Abate di cava il privilegio di potersi rivolgere, per le consacrazioni di chiese ed altri luoghi, confezione del Santo Crisma e collazione degli ordini maggiori ad un Vescovo di sua scelta. Decretò che nessuno ad eccezione del sovrano Pontefice avrebbe avuto il diritto di scomunicare i religiosi di Cava. Decise infine che chiunque avesse avuto lagnanze contro il monastero della Santissima Trinità, se non avesse voluto rivolgersi al Tribunale del Monastero, si sarebbe potuto riferire solamente alla Santa Sede o suoi legati. Malgrado la sua bontà ed i suoi meriti, Pascale II non fu affatto riconosciuto universalmente come legittimo Pontefice. I partigiani dell’antipapa Guiberto, morto nel 1100 a Civitavecchia, erano sempre potenti, grazie soprattutto alla protezione del re Enrico IV. Essi opposero a Pascale II, nella stessa Roma, fino a tre falsi Pontefici. Riccardo, Conte di Capua, prima fece eleggere il Cardinale Alberto d’Atella allora Vescova di Sabina. La sua consacrazione ebbe luogo nella basilica dei santi Apostoli, ma lo stesso giorno di quella cerimonia Alberto fu preso dai soldati del Papa, deposto ed inviato nell’Abbazia di San Lorenzo d’Aversa ove egli prese la veste monastica. Così i fautori dello scisma, delusi nelle loro speranze, individuarono immediatamente un altro partigiano di Enrico IV che Guiberto un tempo aveva consacrato Vescovo e nominato Cardinale di Santa Rufina. Lo condussero nella Basilica di San Pietro ove durante la notte, in gran segreto, lo elessero, consacrarono e posero sul seggio apostolico. Questi si chiamava Teodorico che prese il nome di Silvestro III (1101).

 

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